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  Louis-Gabriel Blanchet  
  (Versailles, 1701 - Roma, 1772)  
  Portrait of Charles Claude de Flahaut de la Billarderie, count D’Angiviller  
  Oil on canvas, 135 x 100 cm  
 



Signed and dated: L.G. Blanchet / pinxt. Rome / 1760

Louis-Gabriel Blanchet è stato un vero e proprio outsider della ritrattistica romana del XVIII secolo. Caratterizzato da uno stile elegante e raffinato, il pittore ha saputo combinare la propria cultura e formazione francese con il clima cosmopolita di Roma durante il Grand Tour. Nato a Versailles, il 29 novembre 1701, Louis-Gabriel si classificò secondo al Grand Prix del 1727 dietro Pierre Subleyras e nominato, l’anno seguente, pensionnaire dell’Accademia di Francia a Roma. Durante il soggiorno romano – dall’arrivo nell’autunno del 1728, fino alla sua morte, avvenuta il 17 settembre 1772 – Blanchet e il pittore tolosano instaurarono una profonda e duratura amicizia, ben visibile in un disegno anonimo della Bibliothèque di Beçancon, in cui i due amici sono effigiati insieme di profilo. Preziose informazioni riguardo agli anni trascorsi da Blanchet in Accademia, possiamo estrapolarle dalla Correspondance des directeurs de l’Academie de France à Rome tra il sovrintendente ai “Batiments du Roi”, il duca d’Antin, e il direttore dell’Accademia, Nicolas Vleughels. Lasciata l’istituzione francese, intorno alla metà degli anni Trenta, Blanchet e Subleyras presero in affitto un appartamento nella parrocchia di San Salvatore ai Monti e Blanchet aiutò l’amico nella realizzazione della Cena in Casa di Simone (1737, Parigi, Musée du Louvre).

Ai primi anni romani, e precisamente al 1736, risale il Ritratto di Giovanni Paolo Panini (fig. 1). Il vedutista piacentino è raffigurato come un elegante pittore-gentiluomo, seduto davanti al cavalletto con gli strumenti da lavoro in mano, rivolgendo il vivace sguardo verso lo spettatore. Rapisce l’attenzione il bianco luminoso del colletto e delle maniche della camicia e tutta la composizione è giocata sul contrasto e l’accordo dei colori. Tradizionalmente attribuito a Charles-André van Loo, il dipinto venne restituito a Blanchet durante il restauro del 1979, quando venne scoperta sul retro della tela originale l’iscrizione: J. Paolo Panini. Peintre d’Architecture/Orig. Peint par L G Blanchet a Rome. Già da quest’opera è possibile tracciare un profilo della personalità artistica di Blanchet caratterizzata da un forte naturalismo, la precisione nel disegno, la spontaneità e l’eleganza della pennellata, la tavolozza raffinata e brillante, la luminosità degli abiti impreziositi da merletti bianchissimi e la sensualità del drappeggio, l’incarnato chiaro e il rossore delle guance e delle labbra carnose. Molte di queste qualità il pittore di Versailles le fece proprie da Subleyras conferendo, inoltre, ai personaggi ritratti un’aria intima cercandone l’introspezione psicologica.

Durante gli anni trascorsi a palazzo Mancini, Blanchet aveva trovato nella figura dell’Ambasciatore di Francia a Roma, il duca di Saint-Aignan, un protettore, un collezionista e un mecenate. Dal catalogo della vendita della collezione del duca, redatto in occasione della sua morte nel 1776, sappiamo che l’ambasciatore possedeva delle opere di Blanchet tra cui sei sovrapporta in pendant raffiguranti le allegorie della Pittura e della Scultura, dell’Architettura e dell’Agricoltura, dell’Armonia e della Musica. L’accademia di Francia a Roma, inoltre, era stata fondata “pour le service de Sa Majesté” con uno scopo ben preciso: formare gli allievi sui modelli antichi e del Rinascimento per arricchire i “batiments royaux” con le copie di questi capolavori ed, in particolare, quelli di Raffaello. Tra il 1737 e il 1749 furono, quindi, realizzate le copie degli affreschi raffaelleschi nelle Stanze Vaticane per la Manifattura dei Gobelins, volute dal nuovo direttore generale dei Bâtiments du Roi, Philibert Orry, e affidando a Blanchet le copie della Battaglia di Costantino (Lille, Musée des Beaux-Arts, distrutta durante la seconda guerra mondiale) e la Visione della Croce (cartone che si trova nei depositi del Louvre).

Alla fine degli anni Trenta risalgono una serie d’importanti commissioni da parte della famiglia reale Stuart in esilio a Roma, dal 1719 al 1766. Il “Vecchio Pretendente”, James III, era amico del duca di Saint-Aignan e frequentatore dell’Académie de France favorendo per le proprie commesse i vecchi allievi dell’istituzione francese fra cui Blanchet e Subleyras. Per la duchessa di Parma, nel 1738, Blanchet dipinse i ritratti dei due principi Charles Edward e Henry Benedict (Londra, National Portrait Gallery, fig. 2). Coppia di ritratti che si caratterizza per un gusto decisamente internazionale in cui il principe Charles, è presentato sicuro nella posa regale. La precisione dei dettagli delle vesti e la costruzione effimera dello sfondo, mostrano anche in questo caso tutta l’abilità di Blanchet. Le commissioni da parte degli Stuart a Blanchet continuarono fino agli anni Quaranta e comprendono due ritratti dei principi a mezza figura, per la residenza di Holyrood House a Edimburgo, e i ritratti di James III e della regina Clementina Sobieski. I set con i quattro ritratti della famiglia reale si moltiplicarono negli anni circolando, soprattutto, sotto forma di miniature. Queste, al pari delle incisioni e delle medaglie, servivano da propaganda politica per stimolare e mantenere la lealtà dei sostenitori nei confronti della famiglia esiliata.

Nel 1750 Blanchet aveva esposto alla mostra dei Virtuosi del Pantheon tre opere rappresentanti scene con putti, prestate dall’ambasciatore di Francia, l’abbé de Canillac. Soggetto ludico e grazioso che ritorna costantemente nei suoi lavori: un bell’esempio è dato dalle due sovrapporte raffiguranti dei bambini che giocano e litigano facenti parte della decorazione del palazzo del Cardinale Fesch ad Ajaccio. Agli anni Cinquanta risalgono anche le uniche opere aventi come tema dei soggetti religiosi: un San Paolo (Avignone, Musée Calvet), Un’Adorazione dei Magi (Fécamp, Musée de la Bénédictine) e una Madonna con Bambino e San Giovannino in collezione privata. Del 1765 sono, invece, otto bellissime copie di statue antiche, tra cui l’Apollo del Belvedere e il Galata morente, dipinte a grisaille per la villa di Saltram Park in Galles, volute da John Parker, primo Barone di Boringdon, come souvenir dell’Italia.

In questi ultimi vent’anni di attività, che corrispondono alla piena maturità artistica del pittore, Blanchet si specializzò nella realizzazione di ritratti per i Grand-Tourists realizzando la maggior parte delle opere che oggi conosciamo. Commissioni ricevute grazie all’arrivo nella capitale pontificia - a seguito della fine della guerra di successione austriaca (1748) e al giubileo del 1750 - d’intellettuali, nobili ed artisti provenienti da tutta Europa. Meta prediletta dei viaggiatori era l’Italia, ed in particolare Roma, con i suoi monumenti antichi, la via Appia costellata di tombe e ville di età imperiale. Nella città eterna questi gentiluomini volevano un ricordo, un ritratto, davanti le vestigia dell’antichità classica. Il più grande esponente della ritrattistica romana di quegli anni fu Pompeo Batoni, riuscendo a eclissare la concorrenza. Blanchet dovette competere con i ritratti monumentali e idealizzanti del pittore lucchese, il quale si era specializzato in quadri di grandi dimensioni e a figura intera, in cui i committenti sono effigiati davanti le rovine di Roma antica; Blanchet si concentrò, invece, verso una maggiore ricerca intimistica e introspettiva dei modelli in cui la nobiltà dei monumenti è sostituita da quella delle pose e attitudini dei personaggi. La sua clientela era prevalentemente costituita da Milords, conosciuta anche grazie alla mediazione degli Stuart, aristocratici, artisti e musicisti stranieri e, solamente per gli inglesi, realizzò una quarantina di ritratti tra quelli conosciuti. In alcuni ritratti, Blanchet inquadra i modelli entro ovali su sfondi scuri e la sobrietà dei decori, o la totale assenza, ne fa emergere l’aspetto psicologico; in altri i tourists siedono all’interno di studi o all’esterno, davanti paesaggi immaginari, posando con gli strumenti di lavoro, quelli musicali o libri antichi. E’ il caso del ritratto di Antoine Belliol, amministratore di Lodève, con le opere di Cicerone, Ovidio e una storia romana e il ritratto dell’artista irlandese James Berry con pennelli e tavolozza in mano. Dal suo studio passarono, inoltre, l’architetto William Chambers, il barone Henry Willoughby e il piccolo Amadeus Mozart in occasione del suo primo soggiorno italiano.

Blanchet fu anche un prolifico disegnatore dando priorità ai paesaggi, ai “belli alberi” e alle vedute di Roma e dintorni con i suoi monumenti non tralasciando, comunque, lo studio di figura: un bell’esempio è rappresentato da una donna seduta vicino un altare conservato al Louvre. Il pittore di Versailles ebbe la fortuna, quindi, di frequentare due dei centri artistici più importanti d’Europa durante il secolo dei Lumi: Parigi e, soprattutto, Roma. Un artista a metà strada fra le tendenze innovatrici del clima intellettuale francese e il panorama eclettico di Roma. Anche se la cultura italiana e lo stesso suo soggiorno nella città eterna durò ben quarantaquattro anni, fino alla morte, Blanchet rimase sempre legato alla propria cultura francese.

Agli anni della piena maturità artistica del pittore appartiene il ritratto del conte D’Angiviller. Il nobiluomo poggia la mano destra su una base in marmo sulla quale in una bella ed elegante grafia leggiamo: L.G. Blanchet / pinxt. Rome / 1760. Nell’opera l’abituale utilizzo della luce, del colore e della resa materica dei tessuti e delle vesti, da parte di Blanchet, ritorna in tutta la sua bellezza. Il modello guarda verso l’esterno, richiamando l’attenzione di qualcuno con uno sguardo attento e con gli occhi vividi, accennando un leggero sorriso. Caratterizzano il viso anche un naso adunco, una fronte sfuggente e delle sopracciglia scurissime che spiccano sull’incarnato chiaro, vivacizzato dalle guance arrossate e dalle labbra morbide e carnose, rimandando ad un’età non ancora avanzata del personaggio ritratto. Blanchet studia, inoltre, accuratamente i dettagli del viso e non tralascia d’inserire le imperfezioni della pelle, comprese le vene pulsanti sulla tempia, facendo presupporre uno studio dal vero del modello. Lo sfondo idealizzato sembrerebbe, invece, ricreato in studio. Forse il personaggio è stato colto durante una breve sosta, prima di riprendere il cammino verso qualche monumento antico della campagna romana, e incoraggiando i suoi compagni di viaggio a raggiungere la metà, ormai vicina, prima di venir colti dall’arrivo di un temporale: il cielo sullo sfondo tra le colonne è, infatti, coperto da nuvole grigie e il vento agita le fronde degli alberi. Lo studio accurato degli abiti, in cui tutta la bravura di Blanchet è visibile nella resa morbida e leggera delle maniche e dell’ampia camicia gialla tenuta da un sinuoso nastro di seta nero che richiama quello che lega i capelli con il tipico codino e i riccioli sulle orecchie in voga durante la metà del Settecento. Gli abiti comodi, in modo da potersi muovere più agiatamente nella campagna romana, rimandano a un mondo antico, semplice e campestre, meno istituzionale. Il modello è avvolto in un manto verde drappeggiato, quasi a ricordare una toga romana. Alla sua sinistra un bambino in abito campagnoli, dallo sguardo vivace, ci guarda incuriosito rendendoci partecipi dell’opera e rende omaggio all’illustre viaggiatore con un cesto in vimini stracolmo di bellissimi fiori primaverili dai colori delicati. Blanchet non lascia nulla al caso. Anche se l’opera, infatti, non rimanda subito ai tipici ritratti istituzionali d’apparato, l’attento studio della composizione e dei gesti, l’offerta dei fiori e le massicce colonne bugnate indicano il prestigio della personalità ritratta. Il tutto è confermato dalla grandezza della tela, cosiddetta d’imperatore (130 x 100 cm circa) in voga a Roma già nel Seicento ed, in questo caso, incorniciata da una raffinatissima ed elaborata cornice intagliata in legno dorato.

La targhetta apposta sulla cornice del dipinto recita: Gabriel BLANCHET pinxit Rome 1765 / CHARLES CAUDE FLAHAULT DE LA BILLARDERIE / COMTE D’ANGIVILLER / Directeur Général des Bâtiments du Roi / 1730 – 1809. Analizzando attentamente la data apposta sulla tela da Blanchet, il numero cinque sembrerebbe piuttosto uno zero anticipando, quindi, la realizzazione del dipinto al 1760. Il quadro venne realizzato a Roma però, a quelle date, non abbiamo alcuna informazione riguardo un viaggio del conte nella città pontifica. Dalla preziosa biografia del conte, scritta da De Sacy nel 1953 sappiamo che Charles-Claude Flauhaut de la Billanderie, conte d’Angiviller (1730 – 1809), ultimo direttore generale dei Bâtiments du Roi, dopo l’iniziale carriera militare, alla fine degli anni Cinquanta, divenne “gentilhomme de la manche” per i duchi di Borgogna e di Berry - il futuro Luigi XVI - e dei conti di Provenza e Artois. Membro dell’Académie des Sciences, dal 1772, D’Angiviller fu nominato sovrintendente del Jardin Royal des Plantes e, due anni più tardi, ricevette l’incarico da Luigi XVI di Directeur général des Bâtiments, Arts, Jardins et Manufactures de France amministrando i possedimenti del re: Versailles e il suo parco, Compiègne, Fontainebleau, Bellevue, Saint-Hubert, il Trianon, Marly, il Louvre con i giardini delle Tuileries, i castelli di Vincennes, Meudin, Choisy, Saint-Germain, Chambord e Blois. Da lui dipendevano, inoltre, la manifattura reale dei Gobelins, della Savonnerie, Sèvres, e l’Académie d’Architecture e quella di Francia a Roma. Era, in poche parole, la vera guida delle Arti in Francia. Tra i lavori più importanti realizzati sotto il regno di Luigi XVI, ricordiamo la biblioteca del Re, progettata dall’architetto Gabriel, e la reimpiantazione completa dei giardini e del parco di Versailles. È stato uno dei promotori della pittura di storia e del movimento neoclassico in Francia commissionando il teatro dell’Odeon di Parigi e, nel 1784, il Giuramento degli Orazi a Jacques-Louis David. Uno dei suoi più grandi meriti in campo artistico fu quello d’incrementare le collezioni della Corona acquistando più di duecentocinquanta quadri di grandi maestri e concretizzando l’idea di presentare le opere della collezione in una esposizione permanente, quindi in una galleria, a disposizione del pubblico, scegliendo e trasformando la Grand Galerie du Louvre in museo. La Rivoluzione imminente arrestò questo importante progetto portato a termire, e aprendo le sue porte, solamente nel 1793. Il conte, all’indomani della presa della Bastiglia, dovette rifugiarsi prima in Spagna, infine emigrò in Germania dove morì nel 1809. L’identificazione del soggetto ritratto può essere provata o smentita se comparato con i vari ritratti del conte realizzati da altri importanti artisti de secolo. Jean-Baptiste Greuze lo ritrasse nel 1763 (New York, Metropolitan Museum of Art), ed è anche il più vicino cronologicamente al dipinto di Blanchet; il ritratto commissionato a Joseph-Siffred Duplessis, nel 1779, in cui il conte aveva quarantanove anni (Musée de Versailles); infine il ritratto realizzato da Etienne Aubry (Parigi, Musée Carnavalet) e la miniatura di Weyler Jean-Baptiste del Louvre, entrambi datati agli anni Settanta. Nell’attesa, quindi, di trovare piena conferma sull’identità del personaggio ritratto, Blanchet ci fa pienamente immergere nell’epoca del Grand Tour, in cui il passato, con i suoi monumenti, esercitava un’attrazione magnetica verso gentiluomini, artisti e intellettuali provenienti da ogni parte d’Europa i quali intraprendevano lunghi ed estenuanti viaggi per ammirare la bellezza e la grandezza di un passato glorioso ormai scomparso.

Domenico Giampa’

Bibliografia:
- J. S. De Sacy, Le comte d’Angiviller: dernier directeur général des bâtiments du roi, Paris, Plon, 1953.
- O. Michel, Un pittore francese a Roma, Louis-Gabriel Blanchet, in “Strenna dei Romanisti”, Roma, 1996, pp. 467 - 486.
- Gilles Betrand, Le Grand Tour revisité. Pour une archéologie du tourisme : le voyage des Français en Italie, milieu XVIIIe – début XIXe siècle, Roma, Publications de l’École française de Rome, 2008.
- D. Giampa’, Louis-Gabriel Blanchet (1701-1772). Un ritrattista dimenticato della Roma del Grand Tour, Tesi di laurea discussa alla Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Firenze, a.a. 2011-2012.

 
     
 
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