Selected Inventory
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XVIII Century
 
   

 

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  Giambattista Crosato  
  (Treviso 1697-Venezia 1758)  
  Giunone chiede a Eolo di liberare i venti  
  Olio su tela cm 36,8 x 46,8  
 



La tela è di piccolo formato, ma fa mostra di un accadimento proprio di un soggetto colto e singolare, desunto dal testo virgiliano dell’Eneide (I, 50-143), successo mentre l’eroe troiano si dirigeva dalla Sicilia verso le coste africane. In quel mentre Giunone, protettrice della città di Cartagine, e a conoscenza del triste destino che l’approdo avrebbe riservato alla sua regina, implorò Eolo perché la furia dei venti ostacolasse l’arrivo di Enea e dei suoi compagni.
Giunone è bellezza solenne e matronale e risalta in cielo coronata dall’immagine della Giustizia, allegoria riconoscibile per via dell’attributo della bilancia che tiene in mano. La dea siede, circondata da nubi, teste alate e giovani figure femminili con ali di farfalla, su un carro dorato che è condotto, come vuole la tradizione, da due pavoni. Inoltre impugna lo scettro, segno del potere acquisito come sposa del re degli dei.
In basso il racconto si anima per effetto del mare in tempesta, con naufraghi e belle navi allineate. Dove campeggia in primo piano la figura di Enea, autoritario con armatura, scudo e cimiero in capo, che addita la dea, ma nel contempo appare incredulo e spaventato al pari dei suoi soldati. Mentre Nettuno presenzia, poco sotto, quasi indifferente alla scena, e pur energico con il tridente in mano a sedare il mare.
L’autore di questo bozzetto, poiché di un modello destinato alla decorazione di un soffitto si deve parlare, in virtù degli ornamenti immaginati quali cornice al soggetto principale, è Giambattista Crosato, la cui statura è stata riconosciuta già grazie agli studi promossi da Giuseppe Fiocco (Giambattista Crosato, Venezia 1941).
La sua nascita, a Treviso nel 1697, è solo di un anno successiva a quella di Tiepolo (L. Moretti, Notizie su Giambattista Crosato, “Arte Veneta”, XLI, 1987, p. 217), indiscusso protagonista della pittura veneziana del Settecento, che Crosato seppe però fronteggiare con uno stile fattosi “intelligente del chiaro-scuro, risoluto e bizzarro”, come già narrava Vincenzo Da Canal nel 1735 (Della maniera del dipingere moderno. Memoria di Vincenzo da Canal P.V. ora per la prima volta pubblicata, a cura di G. Moschini, “Mercurio filosofico e letterario e poetico”, marzo 1810, p. 16). Tale evoluzione personale dello stile si deve al passaggio, agli esordi della carriera, in area emiliana, laddove acquisì un tonalismo caldo e un realismo narrativo derivato da Crespi; ma è soprattutto l’esperienza piemontese a forgiare l’artista, sganciadolo dalla dimensione provinciale, grazie all’ importante committenza di casa Savoia, cui pare orientare l’esame di questa tela.
Il primo soggiorno in Piemonte risale al 1733, quando fu chiamato da Filippo Juvarra a decorare alcune sale della palazzina di Caccia a Stupinigi, insieme a Van Loo, artista di formazione romana, e a Beaumont che impresse alla dimora la grazia tipica del gusto rococò francese.
Crosato ebbe incarico di affrescare la stanza degli Scudieri, la cosiddetta cappella di Sant’Uberto, nonché il grande soffitto dell’anticamera dell’appartamento della Regina con le Storie di Ifigenia, che già manifesta qualche assonanza stilistica con il bozzetto in questione, anche per quel gusto di una prospettiva aperta, privo com’è delle quadrature ideate da Girolamo Mengozzi Colonna, che compaiono invece nelle altre due sale (R. Domenichini, Girolamo Mengozzi Colonna, “Saggi e memorie di sroria dell’arte”, 28 [2004], p. 222), così come si delinea l’impronta spaziale del digradare dei piani, in cui il primo risulta sempre il più affollato.
Inoltre sia Ifigenia che la dea Giunone si presentano con i volti tondeggianti, addirittura affabili con il loro garbo gentile che deriva dall’accenno della gentile fossetta sulle guance, che Crosato immaginò anche nella variante maschile così da divenire un tratto inequivocabile della sua scrittura (A. Mariuz, Opere sacre di Giambattista Crosato, “Arte Veneta”, 45 [1993], p. 87).
Dopo Stupinigi, casa Savoia richiese il suo intervento nel palazzo Reale e nella villa della Regina a Torino, dove operò a stretto contatto con lo stile decorativo di Corrado Giaquinto. Tuttavia nel 1736 l’artista ritornò a Venezia, per affrescare con Mengozzi Colonna a Ca’ Pesaro i monocromi che rappresentano le Storie di Giunone; nel contempo si era impegnato in alcuni temi religiosi, come i dipinti per Santa Maria dei Servi (1738-1739) e il Transito di San Giuseppe – ante 1739 – in Santa Giustina a Monselice (Padova). Quindi durante il secondo soggiorno piemontese, tra il 1740 e il 1742, si divise tra commesse di vario genere: scenografie per il teatro Regio, religiose (San Bernardo in estasi, sacrestia della Consolata) e profane (Quattro parti del mondo, Palazzo Reale), e in queste ultime ritrovò il contatto con la pittura di marca napoletana di Giaquinto, che era stato impegnato nell’esecuzione di sei sovrapporte con le Storie di Enea (1735-1739); e così con lo stile di Francesco De Mura, autore di altrettante sovrapporte e modelli per le arazzerie piemontesi, pure con soggetti tratti dall’epopea virgiliana.
Pertanto l’esecuzione della tela è senza dubbio legata tematicamente a questi anni. Invero l’artista veneto si occupò di un soggetto letterario, la Gerusalemme Liberata, in villa Torni di Mogliano Veneto (1735-1740), e accostò Giunone nel soffitto veneziano. Ma soprattutto – ed è importante sottolinearlo per certe indubbie consonanze stilistiche – in passato gli furono attribuite le sovrapporte di Giaquinto, un tempo trasferite al Quirinale a Roma e di recente ricollocate in villa della Regina (M. di Macco, Corrado Giaquinto a Torino, in Corrado Giaquinto il cielo e la terra, catalogo della mostra, Bologna 2005, p. 54).
Gli episodi di Giaquinto appartengono al Libro I dell’Eneide e la verosimiglianza dell’assetto stilistico e dell’assunto tematico è strettamente collegata alla presente tela, vuoi nella fisionomia e nel piglio dell’eroe troiano, vuoi nella scenografica preziosità dell’armatura e della nave dorata, elementi che riconducono ad altrettanta spettacolarità delle immagini delle sovrapporte. Pertanto saremmo portati a considerare un rapporto non casuale, mancando di fatto nella sequenza degli episodi ideati da Corrado Giaquinto, in sé così fedeli al testo virgiliano, proprio il tema iniziale di Giunone che chiede a Eolo di liberare i venti. Inoltre la modanatura di contorno al bozzetto è propria del gusto di un soffitto di ambito piemontese, se solo lo si confronta con gli interni delle residenze dei reali. Il rinvenimento del bozzetto ha fatto balzare agli occhi l’avvincente congiuntura, al punto da farci immaginare che Crosato fosse stato chiamato a contrastare i pennelli di Giaquinto in quella sala. D’altro canto chi meglio del veneto, in quel momento di grande apertura per le arti promosso dalla corte sabauda, avrebbe potuto mostrare le necessarie capacità nell’impegnarsi in un soggetto così complesso, al punto di tenere insieme la grazia e la forza, la lievità e la rudezza, proprie di un racconto di pace e di guerra.
Riguardo alla datazione della tela, questa conferma gli anni comuni delle sovrapporte, ma corrispondenti, nel gruppo di Giunone in cielo, anche a un formalismo nuovo che vuole stemperare l’eccessivo uso del colore e sciogliere la materia plastica nella luce. Come si evince nella grande rappresentazione dell’Olimpo a Mogliano Veneto (D. Ton, in Gli affreschi nelle ville venete. Il Settecento, a cura di G. Pavanello, V. Mancini, Venezia 2010, p. 409) e nei temi sacri di Monselice e della Consolata, che necessariamente racchiudono delle impalpabili suggestioni,.
In seguito questo linguaggio abbonderà di marcati virtuosismi e saprà regalare gli splendidi soffitti in villa Marcello, a Levada di Piombino Dese (Divinità dell’Olimpo) e nelle dimore veneziane di Ca’ Rezzonico (Allegoria nuziale), per il quale è stato riconosciuto anche un bozzetto (A. Craievich, Per Giambattista Crosato: un bozzetto e alcuni dipinti profani, “Arte Veneta”, 62 [2005], pp. 130-142), e di palazzo Baglioni Da Mosto, in cui Giunone risalta ancora, ma stavolta a pieno campo, vaporosa e trionfante in cielo.



prof. Fabrizio Magani

 
     
 
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